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Orvieto, come recita ancora il nome latino urbsvetus, è una città antica, le cui prime attestazioni demiche risalgono a stanziamenti villanoviani (IX-VIII secolo a.C.).
Spetterà alle popolazioni etrusche, insediatesi stabilmente sul masso di tufo che ancora oggi caratterizza Orvieto, a conferire alla città il primo nome conosciuto: Velzna.
Agli Etruschi, oltre al nome, si deve anche una prima definizione urbanistica, con un’organizzazione planimetrica ad assi ortogonali, ed un notevole sviluppo economico e demografico, documentato, tra il VI ed il IV secolo a.C., dovuto alla felice posizione geografica, nella valle del fiume Paglia a controllo delle principali direttrici stradali e, quindi, commerciali ed artistiche che attraversavano - e che, almeno in parte tuttora attraversano - la penisola, non soltanto in direzione nord-sud, ma anche est-ovest.
Probabilmente è ancora alla posizione geografica, e quindi alla facilità di scambi e di commerci, che si deve la presenza, per ora soltanto supposta, ai piedi della rupe, nella stretta valle che separa la città dall’altopiano dell’Alfina, del Fanum Voltumnæ, il centro sacro dei dodici popoli dell’Etruria.
Di Velzna/Orvieto, latinizzata Volsinii, si perderà ogni traccia dopo la conquista romana del 264 a.C. per riapparire come avamposto dei Goti, nella guerra greco-gota descritta da Procopio di Cesarea, ed indicata con il nome di Ourbìbentos e, già nel periodo longobardo, sarebbe tornata ad essere la città di riferimento di un comitato Urbebetano.
Orvieto/Urbsvetus avrà nel medioevo il periodo di espansione e di trasformazione politica ed urbanistica che conferirà alla città l’impronta ancora oggi visibile.
Già dai primi anni del Duecento la costruzione delle chiese/convento dei Cistercensi, quelle degli Ordini mendicanti e l’articolato complesso dei palazzi papali e vescovili, segneranno le tappe dello sviluppo urbanistico ed artistico della città leggibile nella peculiare architettura orvietana frutto di una commistione tra la tradizione edilizia locale e l’inserimento di modelli ultramontani dovuti alla presenza del papa e della corte pontificia che, per lunghi periodi, tra il 1216 e poi il 1260 ed il 1300, aveva scelto Orvieto come propria residenza (Innocenzo III, urbano IV, Gregorio X, Martino IV, Bonifacio VIII).
Tra il 1273 ed il 1276 un acquedotto, ambizioso progetto idraulico ed urbanistico, del maestro Boninsegna da Venezia, lo stesso che costruirà l’acquedotto perugino a partire dal 1277, avrebbe portato l’acqua in Orvieto nella fontana di Piazza Maggiore e, quindi , dopo la costruzione del Palazzo Comunale e di quello del Capitolo del Popolo, il punto di arrivo di tante innovazione e scelte architettoniche sarà l’avvio dei lavori del nuovo Duomo (1290).
Venuta meno l’autonomia comunale con la presenza di signorie cittadine e forestiere, fino al definitivo inserimento nello Stato della Chiesa (1464), la città avrebbe vissuto una lunga crisi economica, demografica, politica, con le forze vitali tutte concentrate nella costruzione del Duomo.
Sarà il ‘Sacco di Roma’ e il rifugio di papa Clemente VII in Orvieto (1527) a segnare, con la presenza di grandi architetti quali Antonio da Sangallo il Giovane, la rinascita della città; a lui si deve il famoso Pozzo di S. Patrizio (già del papa, e della Rocca); ma anche l’impostazione e l’avvio dei lavori di trasformazione dell’interno del Duomo, che si protrarranno per tutto il secolo successivo, proseguiti da altri scultori ed architetti di fama: Simone Mosca, Raffaello da Montelupo, Ippolito Scalza, a questi ultimi si deve anche il rinnovamento urbanistico, già avviato dallo stesso Sangallo, con la trasformazione dei palazzi medievali in residenze rinascimentali che conferiscono alla città l’indubbio fascino che le è proprio e che il revival neogotico, ultimo guizzo di una città in decadenza insieme alla sommossa popolare che decretò l’annessione di Orvieto al Regno d’Italia (1860), non è riuscito a scalfire, se non in minima parte.
Anche se Orvieto continua a mantenere, tenacemente, la propria immagine di città antica, malgrado la continua aggressione di restauri sempre più azzardati, a volte inutili, che ne mettono a dura propria la stessa esistenza, e continui ad offrire “tutto ciò che la vita beata chiede (quicquid vita beata petit)”, come recita un dolce cantore orvietano della metà del Duecento, non si dovrebbe dimenticare che “non c’è nulla di più fragile dell’equilibrio dei bei luoghi” (M.Yourcenar).

 
 
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